Lezione 41 – Il Macro Mondo della Fotografia

2012-09-18
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La Macrofotografia è quella branca della fotografia che si occupa della ripresa di soggetti o particolari di dimensioni ridotte in condizioni tali da riempire il fotogramma.
Per ottenere ciò è necessario servirsi di ottiche in grado di fornire un rapporto di riproduzione elevato, oppure avvicinarsi al soggetto ad una distanza inferiore a 20 volte la lunghezza focale dell’ottica utilizzata.
Per evitare confusioni con la fotografia da distanza molto ravvicinata, in gergo “close-up“, possiamo rifarci alla normativa DIN 19040 che, in base alla scala – ovvero il rapporto fra la dimensione del soggetto così come è rappresentato sul sensore (o sulla pellicola) e la dimensione reale dello stesso – individua tre sottogruppi:

  1. dalla scala 1:10 a 1:1 parliamo di close-up;
  2. dalla scala 1:1 a 10:1 si tratta di vera e propria Macrofotografia;
  3. dalla scala 10:1 a 1000:1 si parla di Macrofotografia “spinta”.

Oltre siamo nel campo della Microfotografia.
La normativa prova a dare indicazioni di massima anche delle ottiche comunemente utilizzate per ottenere gli ingrandimenti di cui sopra.
Nel primo caso (close-up), fa riferimento a:

  • obiettivi cosiddetti “macro”;
  • obiettivi “normali” (aventi una lunghezza focale all’incirca uguale alla diagonale del fotogramma, per convenzione il 50 mm. che ha angolo di campo di 46 gradi) con lenti addizionali o tubi di prolunga di spessore limitato.

Nel secondo caso (Macrofotografia classica):

  • obiettivi macro;
  • obiettivi grandangolari, normali o tele, montati su soffietto o tubi, anche in posizione capovolta (vedi ultimo paragrafo).

Nel terzo caso (Macrofotografia spinta):

  • obiettivi normali grandangolari, montati su soffietto in posizione capovolta;
  • obiettivi macro;
  • obiettivi macro “speciali” montati su soffietto o tubi.

L’obiettivo Macro

E’ una lente studiata appositamente per ottenere la massima nitidezza alla minima distanza dal soggetto.
La tecnica per la produzione di questi obiettivi deriva sostanzialmente da quella acquisita per la costruzione dei microscopi, e presenta forti somiglianze negli schemi costruttivi con i mitici progetti di Paul Rudolf per la Carl Zeiss:

  • anno 1896 – Planar (6 elementi in quattro gruppi montati in modo simmetrico)
  • anno 1902 – Tessar (4 elementi in tre gruppi), antesignano del glorioso Leica Elmar.

Con l’avvento del digitale, tali disegni sono stati fortemente rivisti, per via delle differenti impostazioni derivanti dalla grandezza del sensore (influenzato dai costi produttivi). La profondità di campo – infatti – cambia sensibilmente nel caso di un sensore più piccolo, e con essa anche il rapporto di ingrandimento. Mettiamo ad esempio di possedere una macchina fotografica con sensore APS-C (avente dimensioni 25,1 × 16,7 e forma 3/2). Per ottenere la stessa inquadratura di una fotocamera con sensore Full Frame (36 x 24), mi allontanerò dal soggetto; di conseguenza diminuirà il rapporto di ingrandimento e aumenterà la profondità di campo (Vedi Lezione 38 del corso di fotografia).

Trovandosi in una situazione differente, rispetto al passato, quando anche l’ultimo dei fotografi amatoriali si cimentava con un close-up, ma la macrofotografia era riservata ai professionisti, ai registi e agli scienziati, le case produttrici hanno riversato sul mercato svariati modelli denominati “macro”, ma in realtà dotati solo di forti rapporti di ingrandimento senza la necessaria qualità.
Allora cosa dovremmo sapere? Quali sono i parametri per l’acquisto di un obiettivo di questo genere? Un buon obiettivo macro deve soddisfare i seguenti requisiti:

  • raggiungere almeno il rapporto di 1:1;
  • mantenere sotto controllo la distorsione;
  • mantenere un alto fattore di qualità ai bordi, il più possibile identico al centro.

Se non siamo partiti dalla fotografia tradizionale, dovremo imparare ben presto a fare la messa a fuoco manualmente, per ottenere la massima resa del minimo dettaglio, data la ridotta profondità di campo, che è direttamente proporzionale alla distanza e al diaframma ed è inversamente proporzionale alla lunghezza focale (Vedi Lezione 40 del corso di fotografia).
Questo, nella fotografia reflex, in caso di obiettivi autofocus si ottiene spostando il selettore da AF a MF, oppure montando ottiche manuali, magari di qualità per mezzo di anelli adattatori.
Nel mondo “mirrorless”, da menù si può selezionare AF(C o S se vogliamo Continuo o Singolo)+M, il che ci consente di mettere a fuoco automaticamente e successivamente ruotare la ghiera per aggiustare finemente il risultato con uno zoom dell’area selezionata o centrale. Sempre in campo mirrorless, in alcuni casi (come Nikon 1 e Canon EOS M) tramite un anello specifico si possono montare le ottiche dei sistemi reflex, mantenendo autofocus e sistemi avanzati di misurazione dell’esposizione. In tutti, c’è la possibilità di montare obiettivi di altri sistemi. Nel nostro caso, sarà opportuno ricordare che il tiraggio (ovvero la distanza del piano del sensore dal bocchettone ottiche) è in relazione con la lunghezza focale secondo la formula R = (T / F) -1 dove “R” è il rapporto di ingrandimento, “T” è il tiraggio e “F” è la lunghezza focale.
Se possediamo una compatta, dovremo selezionare la posizione Macro, indicata dall’icona a forma di fiore, che ci consentirà di avvicinarci molto al soggetto. In casi di particolare raffinatezza e qualità, avremo l’opportunità anche qui di focheggiare manualmente e sarà possibile innestare aggiuntivi ottici dedicati, che consentiranno di ottenere rapporti di ingrandimento superiori all’1:1.
Per approfondimenti sugli obiettivi, si veda la Lezione 8 “Gli Obiettivi”.

Per quanto riguarda l’attrezzatura è importante, anche se non si è pagati per il nostro lavoro, mantenere un approccio professionale alla questione, ovvero ragionare in base a ciò che dobbiamo fare per ottenere il miglior risultato possibile.
E’ assolutamente necessario acquistare un cavalletto, che va scelto in base al peso complessivo della fotocamera e dell’obiettivo.
Sarebbe meglio possedere un secondo flash, da sincronizzare con il primo, e il relativo stativo oppure acquistare un apposito “flash macro” dotato di aggancio per essere montato sulla ghiera dell’obbiettivo.
Quanto alla lente, ci sono diversi modi di armarsi, ne descriverò i tre principali.

Caso 1: approccio facile e costoso -> acquisto un obiettivo “macro” per il sistema in uso

Le tre lunghezze focali più diffuse sono: 55-60 mm., 100-105 mm. e 180 mm.
Possedere una focale più lunga consente di mantenere una distanza maggiore dal soggetto, e quindi di poter costruire un’illuminazione adeguata a garantirne la corretta riproduzione senza finire nel mezzo fra la sorgente di luce e il soggetto stesso.
Purtroppo la Macrofotografia ci porta a scattare in una situazione critica, ovvero a distanza ravvicinata, con la focale più lunga possibile e, nel caso di foto naturalistica, l’esigenza di non chiudere troppo il diaframma per ottenere tempi non troppo lenti e per evitare la diffrazione (dovuta alla limitata distanza fra le lamelle del diaframma stesso).
Un aiuto in questo senso ci viene dal sistema di riduzione delle vibrazioni che ad esempio Nikon chiama VR (vibration reduction) e Canon IS (image stabilization), che ci consente di scattare a mano libera con tempi fino a 1/15, ma ricordatevi di disattivare questa opzione quando scattate con l’ausilio del treppiedi. Purtroppo non esiste un sistema di eliminazione dei movimenti di un soggetto (ad es. per via del vento), cosa che spesso metterà alla prova la nostra pazienza, ma per la quale possiamo attrezzarci con un pannello di schiarita.
Nel caso di fotografia di prodotti, che richiede la massima tridimensionalità possibile, potrebbe essere importante dotarsi di un obiettivo decentrabile, che permette di evitare il disassamento del piano del fotogramma rispetto a quello dell’ottica, mentre ci si sposta in diverse angolazioni mettendo a fuoco sulle varie zone (focus stacking). In un secondo momento, grazie a diversi software in commercio, potremo fondere insieme i vari scatti, ottenendo il cosiddetto “merge” dei livelli in un’immagine unica di straordinaria bellezza e qualità.

Caso 2: aggiuntivi ottici o meccanici

Fanno parte di questa categoria le lenti addizionali, di cui abbiamo parlato prima in tema di macchine compatte e bridge, i tubi di prolunga e i moltiplicatori di focale.
Le prime si occupano unicamente di aumentare il rapporto di ingrandimento, tentando spesso invano di tenere sotto controllo le aberrazioni per mezzo di elementi acromatici.
I tubi di prolunga sono veri e propri tubi cilindrici da montare fra la fotocamera e gli obiettivi. Permettono di avvicinarci maggiormente al soggetto (minore distanza di messa a fuoco), sacrificando però la luminosità proporzionalmente alla lunghezza del tubo. Interessanti specialmente in studio, quasi impossibili da usare efficacemente in esterni anche per la moltiplicazione di elementi ottici da montare sulla fotocamera. Consentono però di mantenere tutti gli automatismi delle ottiche dedicate (AF, ecc.). Similmente si comportano i soffietti, che a fronte di un maggiore ingombro, sono però più comodi perché si allungano e restringono a piacimento nello stile “a fisarmonica” e non in modo modulare.
I moltiplicatori di focale sono gruppi ottici che spostano l’angolo dei fasci luminosi in modo divergente, consentendo di ingrandire la superficie dell’immagine, ovvero in parole povere “allungare” virtualmente la focale. La logica conseguenza della proiezione dei fasci luminosi su una superficie inferiore dell’elemento sensibile, è una perdita di luminosità proporzionale all’ingrandimento, ad esempio 2 stop in meno con il duplicatore 2X (per approfondimenti, vedi Lezione 37 “Giocando con gli stop il risultato non cambia” e la Lezione 34 “Il Diaframma…. Quando uno STOP ti salva lo scatto!” del corso di fotografia).

Caso 3: Il Mondo Capovolto

Nella norma di cui sopra, abbiamo citato più volte il montaggio di un obiettivo capovolto: la tecnica degli obiettivi rovesciati, che saranno uniti attraverso un simpatico (ed economico) anello filettato maschio-maschio.
Di cosa si tratta è presto detto. Tutti prima o poi, con la nostra ottica in mano da montare, oppure nel tentativo di capire se ci sono piccoli segni sulla lente frontale, avremo guardato verso il diaframma, ovvero al contrario di ciò che avviene da dentro la fotocamera. Quello che abbiamo visto è quello che faremo vedere ad un altro obiettivo, ottenendo un controbilanciamento fra fattore di ingrandimento e minima distanza di messa a fuoco.
Questo avviene secondo una precisa relazione matematica, corrispondente alla seguente formula: (L1 / L2) : 1, dove L1 è la lunghezza focale dell’ottica montata nel verso canonico e L2 quella dell’ottica montata al rovescio.
Per comprenderci meglio, se montiamo un’obiettivo da 300 mm., l’anello e sopra, rovesciato un obiettivo da 50 mm., avremo un rapporto di (300/50):1 ovvero di 6:1.
I vantaggi sono evidenti: è un sistema economico, ci consente di riutilizzare gli obiettivi standard del nostro corredo, la qualità ottica è piuttosto alta. I difetti sono però altrettanto evidenti: il peso delle due ottiche si somma, la quantità di luce si riduce, la vignettatura aumenta visibilmente. Il peggior difetto è però la difficoltà di messa a fuoco, che in questo caso risulta davvero il frutto di una vista e di una sensibilità notevole del fotografo, nonché riprova della sua ottima manualità.

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